mercoledì 27 giugno 2007

Muhammad XVII, la guerre oltremare, le esplorazioni I

Faraj con la moglie Manal ebbe quattro figli, di cui morì solo il terzogenito.
Quando morì nel 1678, lasciava i tre figli, anche loro ormai padri e la moglie, che però decedette l'anno dopo. Allora il primogenito Muhammad, diciassettesimo, fu incoronato alla presenza del Consiglio.

L'Impero Ottomano in Persia

Pochi anni dopo la successione, il vizir ottomano si mosse per consolidare il potere della Sublime Porta in Persia. Nel 1681, con l'appoggio di Balkh, dichiarò l'assemblea governante del Khorasan decaduta e fece occupare militarmente il paese. Questo non cambiò molto le cose, dato che l'assemblea aveva sempre più perduto i suoi poteri nel corso degli anni. Il grande Khorasan fu quindi annesso. Gli ex membri dell'assemblea tennero alcuni privilegi, ma non fu comunque difficile controllari, essendo tutti favorevoli al governo ottomano.
L'anno successivo si presentò un'altra ghiottissima occasione: il Ferghana tentò un'invasione lampo di Balkh, contando nella velocità per concludere una pace vantaggiosa coi potenti alleati. Tuttavia l'esercito di Mustafa Pasha era già disponibile. Con incredibile velocità raccolse i suoi uomini e incontrò i nemici a Termez, che sconfisse.
Mentre era ancora nel territorio di Balkh, aspettando l'ordine dal vizir di entrare in Ferghana o no, questo lo informò che aveva siglato una pace bianca e gli ordinò di obbligare il regnante a sottomettersi a Istanbul.
Con la minaccia dell'esercito, l'emiro dovette essere accomodante e accettò suo malgrado la vassallizzazione.
Con quella mossa l'Impero Ottomano consolidò definitivamente il suo dominio sulla Persia.

I primi conflitti contro l'Olanda, l'inizio della guerra di Java
Già da diversi anni esistevano dei contrasti fra Granada e Paesi Bassi sul commercio verso l'Oriente: le due nazioni erano le uniche intermediarie con il Giappone, con cui rischiavano costantemente una chiusura degli empori. Alla fragilità dei commerci con l'Impero del Sol Levante, si aggiungeva l'instabilità politica nelle Isole della Sonda, le Molucche e le regioni limitrofe, che poteva precludere in ogni momento l'accesso dei mercanti alle preziose risorse.
Per assicurarsi una base e uno scalo nell'area, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) nel 1670 aveva comprato al potente sultanato di Mataram la città di Jakarta, ribattezzata Batavia. Due anni dopo era sbarcata a Timor, incominciando lentamente a consolidare la posizione nell'isola.
Sempre nel 1672 mille soldati indiani e altrettanti di Sumbawa erano sbarcati a Sumba, prendendone possesso in nome di Granada. Comunque, il controllo non si spinse per molto tempo oltre i pochi insediamenti sulla costa, anche se i rapporti con le comunità isolane furono sempre amichevoli.

Muhammad XVII iniziò subito dopo la sua incoronazione a concedere segretamente lettere di corsa a pirati, per la maggior parte tamil, contro i mercantili olandesi e in seguito di Mataram. Soprattutto, il governatore generale di Sumbawa e Sumba, Francisco Gualde riuscì a raccogliere i più forti pirati della zona e ne guadagnò i servigi contro le navi olandesi in cambio dell'impunità e dell'accesso ai porti. Il che significava per i pirati avere un grande alleato, essendo rifiutati dalla maggior parte dei potentati. In più, sempre il governatore si era alleato personalmente nel 1674 con la sultana dell'Atjeh Taj ul-Alam, che cercava un aiuto nel probabile scontro contro il sultanato di Siak (tale alleanza fu poi ufficializzata dal regno coi successori Muhammad XVII e Nurul Alam).

I continui attacchi alle navi olandesi ovviamente non erano accettabili.
Nel 1684 il governatore generale della VOC Johannes Camphuys, oramai sicuro che Granada era la principale macchinatrice, mandò due navi a bombardare il porto di Bima, a Sumbawa.
Con l'autonomia che aveva la VOC, il governo di Amsterdam non riconobbe quell'atto come proprio e quindi indirizzò l'ambasciatore di Granada, se voleva, alla stessa Compagnia per la richiesta di risarcimento. Però non condannò di certo l'atto.
Con il rifiuto, il Consiglio nnel 1685 votò per la dichiarazione di guerra alla VOC, non potendo attaccare il paese a cui faceva riferimento.
Fu quindi l'inizio della Guerra di Java, che avrebbe contrapposto per i successivi trent'anni le forze olandesi con i sultanati di Siak e Mataram contro quelli di Makassar e Atjeh più altri minori, alleati di Granada.
Camphuys

I primi anni ad ogni modo non furono ricchi di eventi (costituiscono la cosiddetta parte navale della guerra). Il 1685 trascorse come prima, con gli stessi attacchi al naviglio olandese e gli furono chiusi i porti. L'anno seguente la flotta d'India si presentò al completo di fronte a Batavia, che bombardò. Essendosi la guarnigione olandese ritirata nella cittadella a causa dello scarso numero, l'ammiraglio Sazaz sbarcò e fece dare alle fiamme la città.
Muhammad quindi diede apertamente le lettere di corsa e incaricò Sazaz di eliminare la flotta da guerra della VOC, ma non si giunse mai a uno scontro decisivo. Stessa cosa la Compagnia fece dal canto suo; inoltre, poiché il nemico controllava una grossa fetta della costa africana, le rotte dovettero essere spostate per Capo Horn.
La guerra non assunse toni seri fino al 1701, con il primo intervento di Siak, componendosi di numerosi scontri tra singole navi in un'area piuttosto vasta, dalle isole Comore alle Rykyu.

1650-1680: gli affari interni

Gestione dello stato
Con Faraj vennero poste le basi per un ulteriore miglioramento della burocrazia del regno, regolamentando i ruoli dei ministri e del vizir.
Fino ad allora, infatti, ogni sovrano aveva governato piuttosto liberamente: non esistevano ruoli fissi per i collaboratori del re. Chiunque aspirasse a diventare ministro regio, doveva prima riuscire a entrare nell'entourage di parenti o amici del re. Se questo notava un particolare talento in uno di essi ed egli otteneva una raccomandazione dal suo signore, potevano essere presi in considerazione per un compito unico o a tempo indeterminato ad amministrare un certo settore. Se poi il re decideva di non averne più bisogno o voleva cambiarlo, poteva destituire il proprio ministro e sceglierne un altro, oppure richiamarlo. A volte si ebbero più ministri contemporaneamente per lo stesso campo, come il tesoro, ma ognuno si occupava unicamente di un'area tributaria del regno.
In caso di eccellente impressione sul monarca, un ministro poteva essere designato come gran vizir, sul modello ottomano, che in pratica si accollava metà delle incombenze del re.
Questo sistema nei secoli aveva però creato un sistema di poche decine di famiglie, che erano cambiate solo parzialmente con l'entrata in scena del nuovo ramo dei Nasridi, a cui i re si affidavano completamente per la scelta di nuovi collaboratori. Con ciò erano stati sì trovati buoni consiglieri e ministri, ma oramai la maggior parte degli uomini presentati lo erano grazie a favori e debiti: ogni famiglia borghese affermata o della piccola e media nobiltà che volesse assicurare un avvenire al figlio, poteva ottenerne la raccomandazione pagando in vario modo. Oltre alla retribuzione elevata, un solo anno anche in compiti non troppo importanti come l'Ufficio dei rapporti religiosi (il meno pagato e il più spesso vacante, che si occupava di dirimere i piccoli conflitti interconfessionali nel regno) dava un prestigio tale da avere la precedenza per gli impieghi al servizio presso parecchi aristocratici.
Tale situazione non era accettabile per Faraj e alcune famiglie aristocratiche, che vedevano i succitati loro pari aumentare la loro influenza nel regno. Unico freno a una riforma era il fatto che Faraj avrebbe dovuto danneggiare anche molti suoi parenti. Però, con le insistenze dei favorevoli al cambiamento e del numeroso seguito che avevano raccolto, la ragion di stato prevalse. Nel 1656 fu stabilito un nuovo modo per scegliere gli amministratori dello stato.
Il re avrebbe scelto personalmente ogni ministro e questi sarebbe stato ancora destituibile e comunque al sovrano spettava l'approvazione di ogni mossa, ma niente più plurimi ministri per lo stesso ministero. A loro sarebbe spettata l'eventuale scelta di collaboratori. In contemporanea il Consiglio Generale (spesso ad effettivi ridottissimi) avrebbe dovuto esaminare i candidati proposti dai suoi stessi membri e votare tre nomi da fornire come possibili sostituti (e darne di nuovi in caso di depennamento per qualche motivo di uno di questi). Il Gran Vizir invece sarebbe stato scelto senza altre opzioni dal re.
Un sistema insolito, che però riuscì a limitare la corruzione delle cariche governative.
Teodosio conte di Bonfim, primo gran vizir sotto il nuovo ordinamento.


Arte e fede al tempo di Faraj
Come detto precedentemente, Faraj fu un grande mecenate e patrono degli scienziati, ma si presume più per competere con gli altri sovrani dell'epoca che per effettivi interessi.
Sebbene un pio musulmano dai costumi andalusi integerrimi, nella letteratura preferì sempre la letteratura mozarabica a quella di altre lingue. Sotto il suo patronato, con poeti come Abraham Nivar, i dialetti mozarabici vissero la loro ultima stagione di gloria letteraria, dato che l'arabo, il castigliano e il catalano si stavano oramai sostituendo alle altre come lingue colte nel sud.
Gli scrittori trattavano temi molto lirici e spesso popolari, dato che gli ultimi cristiani a parlare quelle lingue erano rimaste le fasce basse della popolazione.
Questa tendenza letteraria rimase però legata all'ambiente di corte e al supporto regale.
Completamente antiteci, furono i movimenti culturali che dalla seconda metà del 1600 al 1700 si svilupparono in seno all'aristocrazia, che faceva a gara a emulare il sovrano in mecenatismo. Questi movimenti, oltre a riferirsi alle arti, influenzavano anche i costumi e la moda dei facenti parte.
Il più diffuso fu l'arabismo, stile sempreverde, che si rifaceva ai classici della cultura e, come al solito, fu tipico dei signori arabi e berberi, che si vedevano minacciati nel loro status. In questo periodo, comunque, l'arabismo conquistò anche molti signori africani e alcuni spagnoli;
il turchismo, molto in voga tra in Tunisia e nell'India granatina settentrionale. Oltre ai modi della nobiltà anatolica e una grande valutazione della carriera militare, la cultura persiana tornò alla ribalta e i maggiori musicisti dell'epoca furono i membri del turchismo, la cui musica combinava le sonorità turche a quelle persiane tradizionali.
Notevole fu anche lo sceicco Asad al-Samir, che tradusse l'Avesta in arabo.
Sviluppatosi nei territori francesi, il francesismo si rifaceva completamente al vicino settentrionale. Gran parte dei nobili italiani si unì a un "circuito" comune di artisti e idee tra Francia e Italia;
infine vi furono lo spagnolismo e l'indianismo, probabilmente nomi impropri coniati per imitazione dei precedenti. Il primo raccolse la maggior parte dei nobili iberici cristiani che iniziarono a ostentare il loro retaggio culturale cristiano quasi a volersi opporre all'arabismo. Similmente accadde col secondo, nell'India meridionale e nello Sri Lanka con l'induismo.

Per quanto riguarda la religione, il periodo di Faraj vide i maggiori successi della Compagnia di Predicazione, che convertì vaste fette dell'Africa non "schiavizzabile".
Il pluralismo religioso fu quello di sempre, ma in questo periodo il re non contribuì alla costruzione di alcun luogo di culto non islamico, cosa che in diversa misura i predecessori avevano fatto per ragioni d'immagine.


1650-1680: le guerre

L'ultimo trentennio di Faraj I fu caratterizzato da altre due guerre: quella per la successione estense e la seconda guerra del Gujarat.

La guerra di successione
Nel 1658 morì Francesco I d'Este, difendendo con successo Ferrara dai pontifici. Al trono quindi salì Alfonso IV, che per continuare la difesa del ducato dallo Stato Pontificio e da Napoli si rivolse a Costantinopoli, non riuscendo a convincere Venezia, l'Impero o la Francia, colpiti da una grande epidemia di colera.
Alessandro VII cambiò obiettivi: rinunciò al controllo diretto del ducato, ma sostenne un parente di Francesco, Carlo Filippo, in cambio della sua fedeltà.
All'inizio l'Impero Ottomano inviò solo dei fondi al duca. Nonostante il copioso flusso monetario, Alfonso non riuscì a racimolare un grande esercito. Nel 1662 i soldati estensi incontrarono quelli papalini a Faenza. La battaglia all'inizio sembrò favorevole ai difensori, ma quando una palla di cannone colpì in pieno il duca, l'esercito si sfaldò. Carlo Filippo potè facilmente prendere possesso del regno.
A questo punto intervenne Costantinopoli: perso un alleato, chiese al re di Napoli la destituzione del nuovo duca. Non volendo rischiare una nuova guerra, re Carlo chiese al papa di farlo, pressato anche dalle insistenze di Granada. Alessandro non volle accettare, ma ai due sovrani fu concesso di poter rimanere neutrali e abbandonare l'estense alla mercè turca. Questi però aveva già fiutato cosa stava succedendo e così chiese aiuto al sacro romano imperatore, che gli inviò un contingente bavarese.
Nel 1663 allora un'armata granatina entrò dalla Toscana nel ducato, battendo i Bavaresi a Modena e prendendola, mentre i Turchi sbarcarono a Ravenna e batterono Carlo Filippo a Comacchio, che fuggì in esilio.
Velocemente il SRI fu estromesso senza ulteriore spargimento di sangue e il figlio di Alfonso, Francesco II, fu installato sul trono e divenne un subordinato dell'Impero Ottomano. Granada si tenne Modena come indennizzo.
Carlo Filippo d'Este

Il conflitto nel Gujarat
Nel 1667 Muhammad Shah VI di Gujarat, preoccupato per lo strapotere dei mercanti di Granada nel suo regno, tentò di limitarne i privilegi economici concessi dopo la prima guerra del Gujarat.
Riportò quindi allo stardard i vari dazi e tolse a quei mercanti diversi servizi pagati dallo stato.
Subito le compagnie commerciali si lamentarono con il governatore indiano, che per convincere il sultano ad abbandonare l'idea mandò la flotta di Cuddalore all'isola di Diu, utilizzata come porto per i mercanti.
Il sultano arrivò subito e, per nulla impressionato, senza neanche ricevere l'ammiraglio Flodeo e diede il permesso al forte sull'isola di sparare alle navi. I cannoni fecero poco, ma il forte vento obbligò la flotta ad andarsene.
Tale atto coincise con l'arrivo anticipato del monsone, che impedì ogni altra azione per quell'anno. Il messaggio di quell'atto ostile tuttavia raggiunse Granada, assieme all'ultimatum di Muhammad: o il re avrebbe accettato le nuove condizioni o i mercanti sarebbero stati espulsi definitivamente; egli non temeva l'alleanza, avendo avuto tempo per preparare il sultanato alla guerra con una serie di forti di frontiera e un esercito ben addestrato. Anche se non avesse avuto una vittoria, avrebbe impegnato i nemici per molto tempo.
Dal canto suo, Faraj non poteva permettersi di perdere definitivamente il Gujarat, poiché era il principale centro commerciale dell'India settentrionale e buona parte dei beni di lusso dal Mysore al Tibet potevano essere comprate a basso prezzo e immesse nel mercato di Granada.
Faraj era indeciso sul da farsi, poiché non gli piaceva l'idea di dichiarare guerra a un sovrano islamico.
Non riuscendo a decidersi, indisse la seduta consultiva del Consiglio Generale.
Quella fu una delle poche volte in cui la maggior parte dei nobili si riunì, giungendo sin da Sumbawa. Molti avevano interesse ai privilegi mercantili, essendo i principali clienti o soci delle compagnie e il Gujarat non le avrebbe ripristinate senza una sconfitta; altri erano favorevoli alla guerra sperando di potervi partecipare direttamente. Il Consiglio quindi facilmente raggiunse la deliberazione per l'entrata in guerra e Faraj si adeguò alla decisione.
Nel 1668 scoppiò quindi la guerra. Il re era restio a impelagarsi in India e sperava ancora in una soluzione diplomatica, così chiese agli alleati solo l'embargo al sultanato.
In inverno l'ammiraglio Flodeo intercettò una flotta del Gujarat presso le Laccadive, in viaggio per offrire l'alleanza con una dimostrazione di forza al re delle Maldive e possibilmente al sultano di Sri Lanka.
Preso di sorpresa perché pensava che le navi granatine fossero ancora alla fonda per le riparazioni annuali, Sunil Mafhor Bhai dovette affrontare i nemici mentre la sua squadra si stava rifornendo.
Nonostante il numero maggiore di navi, Flodeo ne prese più della metà soprendendole a Kavaratti; l'ammiraglio del Gujarat tentò d'intrappolare i nemici nascondendo metà flotta ad Agatti e spuntando mentre gli equipaggi combattevano, ma la potenza di fuoco delle navi granatine era maggiore e fu costretto a fuggire con le navi che avevano resistito, poco più della metà.
Con questa vittoria, dovuta a una manovra azzardata del sultano, la flotta fu in grado di anteporre alle centinaia di navi di piccola stazza rimaste e tre con più di 20 cannoni una decina di galeoni e sessantaquattro imbarcazioni piccole. Con questa forza, i piccoli vascelli indiani poterono quasi bloccare i traffici marittimi del Gujarat senza trovare vera resistenza.
In inverno finalmente giunsero in India i soldati somali e la cavalleria maghrebina per unirsi alle truppe locali.
Da Mumbai allora partirono circa 2000 Somali e altrettanti cavalieri, 11000 Tamil e 6000 Marathi, che sbarcarono in una zona imprecisata della penisola del Kathiawar, sotto il comando di Estêvão Braba.
L'armata, dopo una settimana impiegata a riorganizzarsi e scaricare le salmerie, si diresse verso Palitana, la città santa del giainismo, che difficilmente avrebbe opposto resistenza.
Muhammad Shah non voleva assolutamente che gli invasori s'impadronissero di una qualsiasi città importante prima di dar battaglia, così riuscì a giungere prima di loro alla città e fortificarsi in attesa, con un esercito più o meno di pari dimensioni, quanto era riuscito a portare lì in tempo.

La battaglia si svolse a sud di Palitana.
Braba divise la fanteria in tre parti e tenne in un'unica lunga linea la cavalleria dietro. Muhammad invece dispose la fanteria in un solo corpo di numerose file e tutta la cavalleria fu messa sulla destra. Poco prima della battaglia altri 3000 cavalieri del Gujarat arrivarono, che si misero dietro al primo raggruppamento di cavalleria. Entrambi gli schieramenti schieravano le artiglierie l'una di fronte all'altra.
La battaglia iniziò nel tardo pomeriggio: il generale portoghese doveva attaccare il prima possibile prima che si aggiungessero altri contingenti; i cannoni iniziarono a confrontarsi, ma quelli del Gujarat avevano una gittata maggiore ed erano al riparo, così gli artiglieri marathi dovettero ritirarsi.
Seguì la carica generale della cavalleria del Gujarat, che investì i Somali; immediatamente dopo quella della cavalleria del Maghreb. Tuttavia quest'ultima fu ostacolata dai quadrati dei Somali, che obbligarono a rompere la linea. Ciò permise ai nemici di avere la meglio, decimando la fanteria e mandando in rotta la cavalleria. Il cedimento del fianco sinistro fu evitato dai Marathi, che abbandonarono il centro e obbligarono i cavalieri a ritarsi.
Nel frattempo, notando tale manovra, Muhammad Shah ordinò l'attacco della fanteria e l'artiglieria cessò il bombardamento. I Tamil quindi si mossero per contrastarli, decisamente inferiori di numero e martoriati dai cannoni. Improvvisamente, però, dalla polvere uscirono i Marathi, che avevano vinto lo scontro e di corsa erano arrivati; attaccati sul fianco ed impauriti, i soldati del sultano vacillarono e iniziarono a fuggire. Tale fuga rischiò di tramutarsi in disastro con l'arrivo da dietro di un reparto di cavalleria granatina ritornato in battaglia, ma quella del Gujarat riprese la posizione e li ricacciò indietro, aprendo la via di fuga. Vedendo che non c'era speranza di richiamare tutti, Muhammad ordinò ai suoi comandanti di disingaggiarsi sfruttando il buio che aumentava.
Lo scontro durò solo tre ore, ma i morti furono in totale tre migliaia. L'esercito difensore fu costretto ad abbandonare la città, malmesso nel morale ma non troppo negli effettivi.
Due settimane dopo, ripresasi, l'armata granatina tornava in marcia, dirigendosi verso Gariadhar. Nuovamente trovarono la strada bloccata. Dopo alcune schermaglie, i due opponenti si accamparono per la notte, per dar battaglia il giorno dopo. Nella notte i due generali decisero di mandare delle pattuglie appiedate per puzecchiare gli uomini accampati. Incontratesi, incominciarono delle zuffe, i cui rumori misero in allarme tutti. E a questo punto il comandante della cavalleria, Faruq abu Yahya, famoso per la sua spregiudicatezza, fece montare in sella i suoi uomini che aveva già fatto tener pronti e li guidò in una carica sotto la luna piena verso l'accampamento nemico, in stato di agitazione. Resosi conto di quanto accadeva, Braba dovette ordinare al resto dell'esercito di seguire lo sconsiderato abu Yahya (che, tra l'altro, morì di colera poco tempo dopo).
La cavalleria riuscì comunque nel suo intento, facendosi strada tra i soldati spaventati e giungendo sino alle tende dello stato maggiore, catturandolo completamente. Nel mentre i drappelli di cavalieri galoppavano per impedire agli avversari di riorganizzarsi; con incredibile velocità sopraggiunsero anche i fanti indiani, molti praticamente seminudi. L'arrivo di altri soldati fece cedere definitivamente il morale degli altri, che a tutto erano preparati meno a un attacco notturno. La grande armata, una volta e mezza quella di Braba, si sciolse. Muhammad Shah, prigioniero, capitolò. Il Gujarat sarebbe diventato un possedimento di Granada; i sultani avrebbero mantenuto qualche autonomia, ma ben poche rispetto ai governatori provinciali e sarebbero stati affiancati da Estêvão Braba e dai suoi discendenti. Inoltre sarebbero stati costruiti molti presidi nelle città più importanti della regione. Questo dominio tuttavia per molto tempo dovette essere rafforzato dalle milizie ottomane.



martedì 10 aprile 2007

Uno sguardo d'insieme all'Europa e al mondo

La cristianità in cambiamento
La formazione dell'enorme alleanza (quasi) panislamica influenzò anche gli equilibri politici europei. Come una tenaglia a sud ovest e a sud est che dominava il Mediterraneo, gli stati europei si mantennero in uno strano equilibrio, non amichevole ma piuttosto pacifico, per non avere nemici alle spalle e tentarono di non inimicarsi troppo i "mori". Per la stessa ragione, i contrasti religiosi della prima metà del secolo scorso erano ormai scomparsi, poiché non era nell'interesse di nessuno combattere con due regni pronti alla guerra alle frontiere della cristianità. Pure papa Innocenzo X, de facto un fantoccio del regno di Napoli (unico nella cristianità a essersi opposto con successo agli Ottomani e ai Nasridi), era stato costretto dalla necessità politica a mitigare il suo atteggiamento verso i protestanti e riconoscere definitivamente i domini granatini in Italia, sempre una minaccia per lo Stato Pontificio.
Tale forte legame tra regno di Granada e Impero Ottomano non mancò di attirare satire e attacchi. L'alleanza dei tre regni maggiori venne chiamata "le Parche terrene"; uno scrittore del 1700 definì Granada e Istanbul come le "città del ladro e città dell'assassino", che presto divenne "la prostituta e l'assassino".

In Europa comparvero due atteggiamenti, anche in paesi molto legati fra di loro: quello che vedeva i due scomodi vicini come una minaccia da non sottovalutare e quindi voleva stringere il più possibile i rapporti con le altre nazioni e quello che, pur mantenendo un piede sul continente, si disinteressava in pratica del quadro europeo.
Del primo tipo erano la Francia, il SRI, l'Ungheria, gli stati italiani e la Polonia.
Del secondo l'Inghilterra, che continuava nello sforzo di estendere i propri possedimenti in America. Molti capitani si lanciavano nell'esplorazione navale, non trovando quasi concorrenza. Nel 1679 fu raggiunta la Polinesia, l'anno dopo l'Australia e così via;
l'Olanda, per conto della quale nel 1641 furono fondati gli insediamenti sulle due rive opposte del fiume Connecticut (traslitterazione del nome mohicano) di De Aar e Swellendam e due anni dopo Nieuw Eindhoven, sul fiume Kruis. Successivamente la flotta olandese conquistò Tindore, in Asia, che fu usata come base per le successive conquiste;
la Svezia, che, consolidate le basi in Africa orientale dopo la Guerra dell'Avorio contro Kilwa (1639-1643), iniziò a interessarsi al sud-est asiatico, in competizione con l'Olanda.


La Cina

Negli anni '20 del XVII secolo il Celeste Impero aveva iniziato a disgregarsi.
Nel 1624 Tokugawa Iemitsu cacciò i Cinesi dal Kyushu; il Tibet riprese i suoi territori; alla fine degli anni '30 i Manchu si ribellarono al protettorato cinese e oltre a far perdere ai Ming l'intera Manciuria, ne presero tutti gli avamposti oltre l'Amur. Nel 1644 infine i Manchu invasero la Cina, con la complicità del generale Wu Sangui e la Corea, in concomitanza con l'invasione tibetana dei territori uiguri.
Fuggendo da Pechino, i Ming si ritirarono a sud, nella regione che si estendeva tra Shangai e lo Yunnan. Grazie anche alla difficoltà dei Manchu a mantenere il controllo sul paese conquistato, rimasero al potere nella Cina meridionale fino al 1662, quando l'ultimo imperatore Ming, Yongli, fu sconfitto e costretto a fuggire in Birmania.
Dal collasso dell'impero, altre due nazioni emersero. Una era Taiwan, la cui parte a maggioranza cinese fu governata dalla dinastia del pirata Zheng Zhilong per conto dei Ming, fino a quando non furono cacciati dai Francesi.
L'altro fu il Dai Xi. Zhang Xian Zhong, un generale mandato a fronteggiare l'esercito tibetano, fu sconfitto e riparò nello Sichuan, da cui riuscì in un duro regime a vincere sia Tibetani sia Manchu. Suo figlio però fu ucciso in battaglia e la provincia cadde. Finalmente, l'imperatore Kangxi potette governare su un impero unito.
L'America centrale
Continuando il processo di accentramento, gli imperatori aztechi mantennero ben saldo il proprio dominio sulle popolazioni sottomesse.
Assoldati alcuni reggimenti mercenari scozzesi a metà secolo, l'imperatore Nanacacipactzin riprese le offensive contro le tribù come gli Hopi, i Taos, Diné eccetera, non sfruttando le divisioni fra anche diverse culture e lo stato di guerra endemico, anzi unendole contro l'invasore.
Con l'introduzione della cavalleria da parte scozzese tuttavia le armate azteche riuscirono in parte ad avere vantaggio sulle razzie di cui consisteva la strategia dei difensori, fino a quando, utilizzando dei cavalli fuggiti, gli stessi non impararono a combattere a cavallo. Sulla carta l'invasione azteca fu un successo, ma molto effimero. Dopo cinquant'anni di guerriglia, arrivarono anche lì i Francesi, terminando il dominio azteco.


sabato 10 marzo 2007


Il caos africano, la politica di Faraj e i rapporti con l'Impero Ottomano

Lo schiavismo
La guerra, seppur breve, aveva drenato il tesoro reale, già rimpicciolito dalle precedenti e dalle spese di Muhammad XVI. Inoltre il re sapeva di dover dare una prova di forza ai re e principi che non avevano accettato di sottomettersi. La soluzione venne dall'Inghilterra.
In America, la manodopera indigena aveva iniziato a scarseggiare ben presto, portando gli interessi inglesi nell'acquisizione degli schiavi.
Per tutto il 1500 e parte del 1600, i principali fornitori erano stati il Benin e il Manikongo, tuttavia il primo era stato molto indebolito dalla recente sconfitta e gli era difficile continuare i raid con la stessa intensità.
Con questi problemi, una nave inglese con le carte non troppo in regola, nella primavera del 1635 aveva tentato un colpo di mano pagando una banda di Kpelle perché fornissero loro degli schiavi kru, fallendo. La situazione fece scalpore nella colonia granatina e le relazioni tra i due paesi peggiorarono, ma ciò mostrò a Faraj il grande potenziale che avevano quelle terre malariche e non molto fidate.

La schiavitù senza crimine commesso e quindi non intesa come pena, era illegale nel regno. Tuttavia, questo poteva essere benissimo aggirato non rendendosi responsabili diretti della tratta. A fine 1636 Granada e Inghilterra giunsero all'accordo: i mercanti inglesi si sarebbero insediati in alcune città della costa e avrebbero recepito lì le spedizioni con gli schiavi.
Il regno iberico si sarebbe invece ritirato completamente, tagliando ogni contatto, dai territori dei re che non avevano accettato i termini imposti da Faraj. I popoli di questi territori venivano quindi completamente esclusi dallo stato, senza possibilità di esserne accettati. I re potevano ancora offrire la propria sottomissione per ritornare intoccabili dagli schiavisti, ma avrebbero dovuto rinunciare a ogni potere. La Compagnia di predicazione fu ritirata, pure.
Per evitare problemi di conflitti interni, in una grande opera di svuotamento delle carceri ottomane, migliaia di detenuti per tutto l'impero furono spediti ai confini delle zone abbandonate e addestrati militarmente come alternativa alla pena, per proteggere le popolazioni che invece dovevano occuparsi dei raid o per monitorare le reazioni del Benin. E ciò fu di notevole guadagno anche a tutti i regni che ottennero la licenza di schiavismo, perché il privilegio di possedere schiavi sì era rimasto, ma l'impossibilità di procurarsene tra le altre tribù ora sotto un unico sovrano aveva obbligato ad acquistarli dal Benin e dal Bornu.
Tale situazione durò per tutto il rimanente regno di Faraj, 45 anni. Reazioni vere e proprie non si attuarono, ma i vari capi si unirono nella Confederazione di Tambacounda, dal nome della città Mande (il gruppo etnico più forte, sebbene diviso fra le popolazioni che s'erano sottomesse a Granada e a quelle respinte) in cui fu creata. Questa fragile unione tentò di ottenere l'aiuto del Bornu o del Benin, ma non ebbero risposte.

Nel 1640, inoltre, l'avventuriero Battuta ibn Fuad, a capo di 500 uomini, occupò in nome di Granada l'isola di Bioko, stabilendo una pacifica alleanza coi locali Bubi; quell'isola (grazie alla speciale patente assegnata a Battuta) divenne una meta per gli schiavisti, che lì, pagando solo l'affitto degli stabili, potevano trovare una base per i carichi dal continente oppure addirittura usarla per proprie razzie, per cui il regno di Mandara era il miglior partner d'affari.
Il fratello di Battuta, Hassan, due anni dopo occupò Mayumba, un piccolo villaggio fang, fortificandolo e rendendolo un'altra base per il traffico diretto di schiavi. Ai fratelli si sostituì quindi Yusuf Rurikovic, ultimo esponente della famiglia, che con l'aiuto dei corsari inglesi espanse gli approdi per gli schiavisti in vari punti della costa.
Va ricordato che i capi somali si sottomisero subito e non furono toccati dalla nuova politica.

A chi giovò questo commercio? Sicuramente a Granada: le forti imposte sugli schiavi ma anche le grandi libertà lasciate alle spedizioni per la loro cattura, resero di fatto le spese burocratiche africane indipendenti dal tesoro statale.
Anche le economie di alcuni ex regni africani si risollevarono con i proventi del commercio dopo la flessione dovuta alla moratoria sugli schiavi.
Va ricordato che in seguito, con i nuovi insediamenti americani, anche Francia e Olanda si servirono di questi intermediari per le proprie colonie. Più tardi, anche l'Impero Azteco ne approfittò. La schiavitù nell'impero era assai diversa da quella europea, ma l'huey tlatoani accolse il suggerimento della nobiltà totonac e concesse che nelle terre di quel popolo venisse istituità una schiavitù di stampo europeo, diversa da quella mesoamericana: sulla costa orientale iniziarono quindi a essere impiantate piantagioni di peperoncino, fagioli e ahuacatl (avocado), prodotti che incominciavano a essere piuttosto richiesti dalla borghesia mercantile francese e iberica, facendo così nascere una nuova casta di proprietari terrieri anche nell'impero.

In quest'epoca rifiorì nuovamente la pirateria. Quella nell'Oceano Indiano non era mai stata sconfitta, mentre per qualche decennio sembrò che in America tale pratica fosse stata eliminata dalla flotta inglese. Tuttavia, l'abbandono da parte di molti coloni inglesi di vaste porzioni a nord est dell'America meridionale (buona parte di questi migrò più a sud) per contrasti coi nativi o epidemie, portò all'arrivo di francesi e soprattutto pirati, che usarono le basi abbandonate dagli inglesi per minacciare le lucrose rotte della tratta. Due particolari figure vengono ricordate tra 1650 e 1660: uno fu lo zeelandese Andreas Janszoon, che alleatosi con gli Arawak riuscì ad annichilire a terra il corpo di spedizione britannico mandato a eliminarlo.
L'altro fu Okafor, originario del delta del Niger e che aveva servito come ufficiale di marina del Benin, riorganizzata dagli Svedesi, che aveva scelto di darsi alla macchia dopo aver attaccato un vascello schiavista inglese, su cui aveva scoperto essere imbarcata la sorella, sposa di un importante principe dei Gurunsi (popolo che non si era sottomesso a Granada); fuggì in America coi suoi seguaci e, mai catturato, riuscì a liberare migliaia di schiavi e fondando delle colonie in America per i nuovi arrivati, perché rimanessero o trovassero il modo di tornare alla loro terra. Tuttavia l'esperimento dopo la morte di Okafor non riuscì, a causa dei contrasti fra etnie diverse e l'impegno francese nell'eliminare questi ricettacoli di fuggitivi.

I rapporti con la Sacra Porta
Il regno di Nasr II vide l'affermarsi degli stretti rapporti con l'Impero Ottomano inaugurati dai predecessori e lo sfruttamento dei vantaggi che comportava l'alleanza.
Nell'aprile 1639, onde esaminare le richieste di Balkh e Khorasan di entrare definitivamente a far parte dell'alleanza con i tre giganti, Faraj I, Murad IV, Ibrahim IV (Delhi), Nadir Muhammad (Balkh) e Sayid Ali (Khorasan) s'incontrarono a Isfahan. A questi ultimi si accompagnarono l'Ayatollah Mostafa e l'iman di Isfahan.
Infatti lo scopo del consiglio non era tanto se decidere di accettare o meno i due potentati nell'alleanza, quanto decidere le faccende religiose, ossia il riconoscimento degli Ottomani. Proclamatisi califfi, i membri della casa di Osman avevano il pieno appoggio da parte di Granada, Delhi, Khorasan (la dinastia uzbeka che regnava era sunnita) e pure dall'emiro di Balkh, che non aveva problemi ad accettare un califfo. Tuttavia, Balkh e Khorasan dominavano la Persia e la nobiltà locale aspettava solo una parola contro i dominatori per ribellarsi.
Dopo un mese di deliberazioni, si giunse a un accordo storico: tutti i sunniti avrebbero accettato definitivamente Murad come califfo e le massime autorità sciite deliberano che fosse riconosciuto con un nuovo titolo, "Difensore della Fede", secondo solo al califfo atteso. Dall'epoca dello scisma, per la prima volta un califfo aveva autorità morale anche sulla Shi'a.

La grande guerra persiana e i nuovi rapporti con i Turchi
Nel 1643 la dinastia di Kabul, che aveva dominato l'Afghanistan e il Baluchistan nella loro interezza per vent'anni, fu costretta alla ritirata dalla sollevazione delle tribù pashtun in toto, a causa delle offerte di supporto da Delhi. Amhed Beg riuscì a ritirarsi nel Baluchistan, fedele alla corona, da cui incominciò il tentativo di risottomettere i territori perduti.
Purtroppo due anni dopo il sultano di Delhi gli dichiarò guerra e a Pasni Ahmed oppose l'ultima futile resistenza.
Nel frattempo anche Khorasan aveva messo le mani sulla regione, con l'appoggio ottomano.

Approffitando delle divisioni tribali, onde anche pacificare preventivamente la situazione confusa, lo stato persiano invase lo scomodo vicino.
Dopo i primi successi, Sayyid Abd al-Aziz Khan invase il Khorasan, obbligando Sayid Ali a fare marcia indietro.
L'invasione dell'emirato di Balkh seguì quella del Khorasan. Agli Uzbeki di Abd al-Aziz si unirono molte jüz khazake e varii kirghizi dissidenti che fuggivano dal khanato di Ferghana, tutti in calata verso sud per la Persia, seguendo il carismatico khan.
Per il 1646 l'orda, forte di circa 100.000 uomini arrivò a Mashhad, la capitale del Khorasan, mentre Balkh era riuscita a respingere il primo tentativo d'invasione.
Messi alle strette, i regni persiani implorarono aiuto agli alleati.
Delhi inviò uomini, ma non molti, minacciata di un'invasione dal Bengala.
Chi poteva fornire effettivo aiuto era l'Impero. Tuttavia, al momento il dominio di Ibrahim I stava subendo delle ristrettezze economiche, dovute ad alcune annate cattive. Allora Kösem Sultan, la madre ed effettiva governante dell'Impero (Ibrahim era considerato malato mentale e si teneva lontano dalla politica) chiese dei finanziamenti a Granada, che poteva permettersi di sostenere lo sforzo militare che aspettava l'Impero.
Posta la richiesta al Consiglio dei Nobili e ai ministri, questi l'accettarono e Faraj diede il proprio consenso. Per i successivi cinque anni, l'80% delle tasse commerciali e il 10% delle catastali fu destinato al mantenimento delle armate. Si concluse un accordo con la Crimea e la Russia affinché fornisse il grano necessario; a numerose armerie inglesi fu commissionata
parte dell'artiglieria; il mantenimento dei soldati in Africa passò a Granada.

Praticamente la metà degli uomini fra i 17 e i 35 anni in tutto l'Impero fu mandata a servire contro gli invasori, sotto il comando di Nevesinli Salih Pasha.

L'orda oltre a non essersi diminuita, era addirittura aumentata, con l'apporto dei Turkmeni e di numerosi mercenari mongoli, più molti coscritti persiani, mentre altri si rifugiarono in Mesopotamia come profughi.
Prima che l'esercito ottomano fosse pronto a Baghdad (metà 1647), quello di Abd al-Aziz era giunto in Kurdistan, dopo essere dilagato in Persia e dopo che un contingente più piccolo guidato dal fratello aveva sconfitto Balkh e aver anche attaccato il territorio di Samarcanda.
Salih Pasha marciò con circa 90000 uomini contro un esercito al momento minore di numero. Le due armate s'incontrarono al lago Dukan, dove la superiorità dell'artiglieria ottomana si mostrò, falcidiando i ranghi dei coscritti persiani e i Sipahi respinsero la cavalleria uzbeka che aveva travolto i nemici in tutte le precedenti battaglie. Sayyid, dopo appena due ore di combattimenti ordinò la ritirata, seminando gli avversari sulle alture.
Lo scontro decisivo avvenne a Kermanshah, con eserciti di pari dimensione. La cavalleria kazakha sfondò l'ala sinistra, tenuta dagli egiziani e dai libici e colpì duramente il resto della fanteria leggera, indisciplinata e senza esperienza, mettendo a repentaglio l'esito della battaglia. Tuttavia, la resistenza del contingente albanese permise ai cannoni turchi di concentrare il fuoco sulla fanteria turcomanna, permettendo ai Giannizzeri e alla cavalleria di accorrere a fermare la carica. Il pasha richiamò quindi gli uomini in fuga e li rigettò in mischia.
Ancora una volta lo schieramento ottomano traballò quando le truppe kirghize di Kerim attaccarono l'estrema destra con una tattica simile al caracollo; la cavalleria tutta ancora una volta si spostò per respingere l'attacco, quando fu investita dall'artiglieria dell'alleanza e quindi da una carica generale. L'unica cosa che impedì l'accerchiamento furono i moschetti della riserva persiana, che spaventarono i cavalli dei mercenari mongoli, permettendo un contrattacco delle truppe libanesi proprio nella zona del quartier generale (lo stesso comandante rischiò di essere ucciso).
Dopo un'altra ora di cariche e controcariche locali, Abd al-Aziz s'avvide che non sarebbe riuscito a recuperare il "momentum" e ordinò la ritirata, con buon ordine se si esclude la diserzione dei soldati persiani. Entrambi gli schieramenti lasciavano sul campo più di 9000 soldati e un numero imprecisato di feriti.

L'armata si ritirò in profondità, lasciando tutta la Persia meridionale e parte di quella orientale, scossa dalle rivolte e attraversata dalle truppe indiane.
Fino alla primavera successiva gli eserciti non s'incontrarono, limitandosi a scaramucce di confine. I sovrani di Khorasan e Balkh tornarono dall'India e indirono la leva per la prossima campagna.
Il khan dovette lavorare molto per non perdere troppi uomini e riuscì a tenere i suoi alleati con sé per ancora un'altra stagione, anche se individualmente molti uomini lasciarono l'esercito.
All'armata ottomana, frammentata per occupare il resto della regione, si unirono quindi 12000 uomini di Nadir Muhammad, 7000 di Sayid Ali, 19000 Punjabi mandati da Delhi e 2000 cavalieri berberi. In primavera fu di nuovo cercato lo scontro. Contro il parere dei suoi comandanti, il khan decise di fortificarsi sul Kuh-e Bastam, una montagna a nord di Semnan e lì attese i nemici vicini.
All'avvicinarsi dell'esercito, i soldati del khan abbandonarono la città, rifugiandosi nei trinceramenti e colpendo i nemici in una serie di attacchi mordi e fuggi con la cavalleria, l'ultima possibilità di usarla e che si rivelarono efficaci, colpendo quasi indisturbati.
La battaglia del Kuh-e Basam iniziò all'alba 3 maggio 1648 con il bombardamento delle postazioni fortificate, dopo aver faticosamente portato i cannoni sul monte. Fu l'unica battaglia in cui gli alleati del Trattato di Isfahan combatterono uniti.
Senza alcuna raffinatezza tattica, la battaglia consistette dall'alba al tramonto di varii assalti senza quartiere dal costo elevato per entrambe le parti, mentre il Abd al-Aziz aspettava il momento adatto per caricare con la sua riserva di cavalleria. Nella battaglia fu ucciso anche Sayid Ali, signore del Khorasan e ultimo della sua dinastia, non avendo eredi.
A fine giornata gli attaccanti erano quasi arrivati alla vittoria, ma il buio li fece fermare. Il khan non voleva parlamentare, ma si vide disertato dai suoi alleati e dai suoi stessi uomini, che offrirono la resa e il salvacondotto per il ritorno in patria (che fu accettato). Abbandonato, si uccise.
La battaglia aveva portato alla morte di forse 19000 soldati sotto il comando di Salih Pasha e si pensa addirittura 30000 soldati dall'altro campo. L'armata che due anni e mezzo prima aveva tentato la conquista della Persia ritornò in piccoli gruppi, lasciando dietro di sé un fiume di sangue.

Politicamente, l'Impero Ottomano ne guadagnò: a capo del Khorasan fu posto un consiglio di nobili persiani e in parte uzbeki e divenne de facto un satellite ottomano. Parte dell'esercito inoltre continuò la guerra in Afghanistan, contrastando la guerriglia alleandosi con alcune tribu e installando a Kabul un governo subordinato al Khorasan.
Tale guerra inoltre inaugurò un nuovo tratto della politica tra Granada e Istanbul: Granada avrebbe fornito i soldi grazie alla grande ricchezza della nazione e l'Impero gli uomini, divenendo simbionti. E in questa maniera si presentarono per lungo tempo i sovrani di entrambi gli stati alle altre potenze mondiali, come il braccio destro e il braccio sinistro dell'Islam.

sabato 27 gennaio 2007

Faraj I, l'inizio del regno.

Poco dopo la sconfitta del Benin, giunse l'aiuto dagli Ottomani: tre armate da tremila uomini ciascuna, di cui metà erano ex detenuti a cui era stato offerto l'arruolamento in una grande operazione di svuotamento delle carceri e l'altra metà Turco-mongoli catturati nella guerra contro Bashkiria, che sarebbero rimasti un lustro per pacificare la regione, secondo il patto di mutua assistenza. Il sultano sapeva già come usufruire del credito ottenuto, ma Murad IV aspettò fino al 1634.
Tornato a casa, Faraj abbisognava di un modo per consolidare il regno. Il venticinquenne innanzitutto ritornò alla monogamia, onde pararsi da lotte fratricide. In parte per lo stesso scopo, riformò la struttura amministrativa, togliendo la dipendenza di ogni nobile al re, ma raggruppando i minori sotto altri, formando un "feudalesimo statale", che erano responsabili per i propri sottoposti e che dovevano rendere conto al monarca.

Sotto consiglio del primo ministro Belan, Faraj stabilì che i tutti i nobili suoi diretti sottoposti gli giurassero fedeltà; ai principi indiani e somali chiese invece che la fedeltà venisse giurata a sé e alla propria discendenza, mentre obbligò la nobiltà africana occidentale a sottomettersi allo stile di vassallaggio più stretto. Ovviamente, poiché tutti dovevano presentarsi personalmente, più di un anno fu impiegato nell'arrivo di tutte le delegazioni (e comunque il re obbligò quelle africane a essere le ultime).
La grande delegazione, fusasi per comodità, arrivò quindi dopo che tutti gli altri nobili avevano giurato; per coerenza verso il loro precedente partito, i re che avevano sostenuto Otham e alcuni altri, come il capo dei Dogon, dichiararono sì la propria fedeltà a Faraj e discendenti, ma rifiutarono di rimettere alcuni loro poteri al re; altri, come Ashanti e i principi songhai, si adeguarono. Faraj in quell'occasione non diede a vedere di essere contrariato da questa opposizione, poiché altri affari, esteri, lo stavano impegnando e quindi accettò questo surrogato.

La guerra per la successione napoletana
Nel 1633, il duca di Linguadoca Baptiste, che era stato esentato dal giuramento, sposò Maria Agnese di Borbone, imparentandosi con i reali francesi. Pochi mesi dopo, Alfredo d'Angiò morì, ucciso dai pirati greci sul sulla sua nave di ritorno dal Peloponneso. Per somma sfortuna, anche il suo unico figlio fu ucciso nello stesso periodo in Calabria da un ragno spaventato non identificato.
A Napoli quindi rimaneva la moglie del principe, Caterina di Borbone, nipote del re César. Questi decise quindi di restringere i legami col regno italiano, facendola sposare con Thomas del ramo nativo d'Anjou, che era strettamente imparentato con entrambe le famiglie per matrimoni precedenti.
A questa notiza la nobiltà europea rimase indifferente, ma non l'italiana. Modena protestò, così come parte dei nobili romani; la prima fu tacitata dalle minacce di Venezia, che sperava in un rafforzamento francese nell'area, non fosse solo per avere una garanzia verso gli Ottomani, i secondi dal regno partenopeo, da sempre controllori dello Stato Pontificio.
In risposta, il sultano spinse Michele d'Angiò-Nafplion a farsi avanti per il trono col suo supporto, desideroso di garantirsi l'influenza sul vicino.
Nel novembre del 1633 quindi oltrepassò l'istmo di Corinto con una piccola armata e incontrandosi con le truppe raccolte da Michele. In breve tempo buona parte del Peloponneso, ma non riuscì a prendere Kyparissia e Navarino (Pilo), uniche sedi di guarnigioni napoletane degne del nome e facilmente rifornibili dal mare in caso di lungo assedio. Murad dunque mise il conte Dimitrios Gonatas a comandare le due armate che dovevano tenere bloccati i Napoletani nelle due fortezze e mandò l'invito a Faraj a rispettare l'alleanza in quanto regno più vicino.
Forzato ad accettare, Faraj dichiarò guerra a Napoli e subito dopo a Venezia, che nel frattempo s'era unita a Thomas, da poco incoronato. Stranamente, César non intervenne indirettamente a fianco dei parenti, ma poco dopo la notizia dell'invasione della Morea, alcuni forzieri lasciarono Parigi per Napoli.
La flotta turca tentò di bloccare a Otranto la napoletana, ma l'intervento tempestivo delle galee veneziane riuscì a ricacciare la flotta nemica e mantenere il ponte navale nello Ionio. Tuttavia, la squadra navale granatina mise in fuga quella napoletana a Capo Scaramia, permettendo il transito via mare di altre due armate turche. Lo sbarco a Cefalonia, guidato da Murad in persona, fallì a causa delle proibitive condizioni atmosferiche, ma il contingente di Mesu Bey riuscì a prendere possesso di Malta.
Nel contempo, senza intenzioni ostili della Francia, Faraj potè mandare parte delle truppe confinarie francesi in Liguria, per porsi al comando del podestà di Genova, in attesa di un attacco veneziano. Tra febbraio e marzo le operazioni militari in teatro parte furono sospese. In aprile, il capitano Dolgia dovette difendere di nuovo Zante dall'esercito turco. Murad con un pesante bombardamento ebbe ragione della guarnigione, che fece sterminare e da cui prese diversi cannoni navali che gli servirono nella conquista di Itaca prima e di Cefalonia, in breve successione. A maggio il podestà Doria ricevette l'ordine da Faraj di scendere l'Appennino e lanciare un'offensiva in Lombardia, dove gli agenti granatini avrebbero tentato di trovare l'appoggio della popolazione musulmana. Il re inoltre chiese a Murad di proclamare la jihad, che avrebbe reso più facili le cose, ma l'alleato non aveva intenzione di farlo, temendo un intervento non richiesto da parte di altri stati.
Doria, con 6500 soldati italiani e 3000 francesi, si addentrò nel Monferrato (territorio già piemontese), ottenendo l'alleanza di Rolando da Maggia, mercenario ticinese, figlio di Aldighiero, comandante in Italia nel 1566; dopo aver aiutato la Francia in Provenza, aveva da una decina d'anni eliminato l'ultimo esponente dei Navarra-Savoia, riappacificato il Piemonte e ottenuto un dominio tra Chamonix, Aosta, Tortona e Acqui Terme.
Con da Maggia Doria strinse un'alleanza, nonostante l'entrata di sorpresa nel suo territorio; tuttavia Rolando non era ancora in grado di dare soldati, ma solo rifornimenti. Un mese più tardi i 9500 uomini del podestà incontrarono l'armata veneziana, di poco minore a Voghera. Nonostante la cautela del Genovese, la cavalleria venezia riuscì a prendere di sorpresa la retroguardia nemica mentre le truppe si stavano ancora disponendo per la battaglia prevista il giorno successivo, creando il caos e permettendo un efficace bombardamento d'artiglieria sui quadrati. Con l'aiuto dell'ora tarda, l'esercito invasore riuscì a ritirarsi con ordine, lasciando però sul campo 800 morti in sole due ore di combattimento. Sacrificando la cavalleria toscana (1000 uomini), l'esercito riuscì a guadagnare tempo e tornare alla frontiera ligure. Prima che si potessero portare aiuti a da Maggia, Venezia aveva già posto fine al suo breve governo, incorporando il solo Piemonte nel Governatorato d'Entroterra Italiano e vendendo la zona savoiarda alla Francia.
Nel frattempo una flotta congiunta aveva battuto quella veneziana a Lagosta, permettendo così l'inizio dell'assedio di Curzola, sempre con Murad al comando.
Ma, mentre la flotta musulmana si portava a nord per la battaglia, Thomas vide l'occasione per poter trasbordare i suoi uomini con tranquillità, facendo quindi imbarcare i suoi 10000 uomini in attesa a Otranto, che sbarcarono a Navarino, liberando la città facilmente dall'assedio e in seguito l'intera penisola, aspettando la reazione ottomana (Michele morì in battaglia guidando un manipolo arrivato da Cefalonia). Murad, vista la situazione, decise di levare l'assedio e riorganizzarsi in Albania, richiedendo le forze di Arslan Pasha.
Incoraggiato dai successi italiani, il re francese tentò un colpo di mano: mentre buona parte dei confinari francesi erano in attesa in Liguria, la flotta mediterranea sbarcò in Linguadoca il Corpo Bretone, obbligando Baptiste di Linguadoca a ribellarsi contro Granada, mentre un'altra armata invadeva l'Aquitania. Preso di sorpresa, Faraj, pagando una cospicua somma, ottenne la pace con Venezia e potè mandare l'armata, ora di 8000 uomini, in Linguadoca, intanto che con la Guardia si portava a nord.
Raimondo Doria si riscattò quindi nel combattere l'armata bretone-linguadoca, sconfiggendola e catturando il duca, imprigionato per tradimento. Il 14 settembre, quando in Croazia avveniva la battaglia senza esito di S. Maria Celeste, incontro dell'esercito turco e dogale, che fermò entrambi, Doria e la cavalleria della Guardia respingevano le avanguardie francesi a Pau. Con questa sconfitta, il maresciallo Molne chiese la tregua, che fu poi ratificata da entrambi i sovrani, con un nulla di fatto.
Anche Murad, vedendo che sarebbe stata un'impresa improba ritentare l'invasione del Peloponneso dopo il rafforzamento delle postazioni napoletane in Grecia e Italia, chiese anch'egli la pace.
Con la pace di Lienz del 1635 l'assetto politico europeo rimaneva più o meno invariato, eccetto per Malta e le Isole Ioniche, che andavano nella loro totalità all'Impero Ottomano, mentre il Peloponneso rimaneva in mani napoletane. Venezia ci guadagnò circa mezza tonnellata di oro, una di argento e 10 galeoni oltre alle navi catturate, il tributo pagato frettolosamente da Faraj per la tregua. La Francia riuscì quindi a legare a sé il regno di Napoli e Sicilia, ma non la Linguadoca: Baptiste fu graziato, ma dovette ripudiare la moglie francese per un'aragonese e rinunciare ai suoi privilegi, giurando fedeltà.

sabato 6 gennaio 2007

Yusuf VII e la guerra fra Othman e Faraj

I tre anni che avrebbero portato Othman a essere sedicenne videro alcuni cambiamenti nella geografia europea.
Nello stesso anno della morte di Muhammad, il sultano mosse guerra al khan di Bashkiria, conquistando velocemente una vasta area a mezzaluna che andava da a nord di Azov ad Astrakhan.
Più importante è l'altro evento, la nascita delle Province Unite. Nel 1625 l'imperatore Lothar emanò un editto che esentava i sudditi luterani dei Paesi Bassi da alcune tasse, che andavano a gravare quindi sui calvinisti; ai nobili inoltre era tolta la rappresentanza nelle diete imperiali. Questa mossa non piacque alla nobiltà frisona e di Groningen, che sotto la guida della casa Orange iniziò la rivolta contro l'impero. Questa sollevazione preoccupò non poco le tre potenze vicine: infatti nel 1626 l'esercito di Willem I liberò l'Olanda e prese Amsterdam, l'ultima città inglese sul continente. 50.000 uomini furono dati al duca di Sassonia affinché eliminasse i rivoltosi e altri 13.000 furono mandati dalla Francia. Altri contingenti furono mandati da alcune nazioni all'esercito tedesco, tra cui 600 cavalieri guidati dal figlio di Yusuf, Faraj.
Dopo che la flotta anglo-tedesca fu sconfitta nella baia di Helgoland, l'Inghilterra si ritirò dallo scontro. Per affrontare l'armata imperiale, parte dell'esiguo esercito si ritirò a Leeuwarden, mentre il restante andò a sud per incontrare i Francesi, che furono sconfitti a Leuven; tuttavia non si riuscì a recuperare il Brabante dalle loro mani e Guglielmo dovette venire a un accordo.
La defezione del contingente mercenario russo riuscì a prolungare l'assedio di Leeuwarden, che alla fine fu interrotto perché inutile. La guerra si protrasse fino al 1632, quando i due antagonisti vennero a un accordo: le Province Unite sarebbero state indipendenti e avrebbero avuto completa autonomia tranne che per la politica estera, per cui avrebbero dovuto basarsi sull'imperatore. Tale accordo venne poi cancellato nel 1670, sostituito da un formale tributo annuale.
L'esautorazione
Nel frattempo, il giovane Othman passava gran parte a essere educato in Africa, sotto la tutela del fratellastro Umar, un ex schiavo che era stato liberato da Muhammad e adottato. Ottenne di poter far trascorrere la maggior parte del tempo dell'erede in Africa perché voleva consolidare definitivamente il favore regale a sud del Sahara, obiettivo più facile con un principe del posto (tranne che per qualche tribù particolarmente ostile ai Malinké). Inoltre non si fidava di Yusuf e ne ebbe ragione.
Il reggente era pressato dalla nobiltà arabo-berbera e catalana, che non erano disposte a sottomettersi a un re meticcio, a cui Yusuf aveva lasciato
passare troppo tempo lontano da Granada. Inoltre si mormorava di pericolosi contatti con l'Oba.
Poche settimane prima del compleanno di Othman e quindi del conseguente passaggio di poteri, una delegazione di nobili guidata dallo sceicco di Posadas si recò a corte: presentarono una dichiarazione firmata da numerosi altri nobili che chiedeva di escludere Othman dalla successione; uno dei firmatari era bin Jelloun, il capitano della Guardia.
Per "legalizzare" il gesto Yusuf istituì il Consiglio Generale, organo consultivo di cui facevano parte tutti i nobili "stipendiati e possidenti", ovverossia i nobili arabi, iberici, italiani e francesi, che erano quelli che a costo di grosse perdite di terre, ricevevano un piccolo stipendio statale integrato con i loro possedimenti per amministrare il territorio; pertanto rimasero fuori alcuni Francesi e Italiani e la maggior parte dei nativi delle colonie. Il Consiglio, formato nella prima seduta da solo il 10% degli aventi il diritto, con Yusuf emanò l'editto che negava il trono al ragazzo per "assenza e negligenza" nella Sala dei Mostri da poco costruita. Lo staff della madrasa di palazzo lo convalidò giuridicamente. Othman fu quindi richiamato da Bambuk per prendere atto del cambiamento.
Othman si stava preparando alla partenza quando gli arrivò la notizia. Alla sua resistenza, il governatore ordinò di arrestarlo, ma riuscì a fuggire col seguito e giunse a fine 1629 alla corte del Benin.
L'oba accettò di buon grado il nuovo ospite, che gli chiedeva aiuto per riguadagnare il diritto al trono. In poco tempo Umar giunse all'accordo per il fratello con il re: assieme ai Mande e ai Wolof, con cui era rimasto in rapporti dopo la fuga e a cui era stato promesso aiuto per la creazione di loro imperi, Othman avrebbe tentato la rivolta spalleggiato dal Benin in cambio di alcune città costiere. Ma per prima cosa i due fratellastri sarebbero dovuti recarsi a Granada con un corpo scelto, per assicurarsi il controllo della città appoggiandosi ai militari lealisti.

La guerra civile
A inizio del 1630 (17 Jumada al-awal) 5000 soldati del Benin entrarono in territorio granatino e gli alleati si armarono per colpire i nemici. Cacciati facilmente i presidi militari nelle loro terre, le varie forze si prepararono all'attacco alle principali città e alle coste. Quasi immediatamente anche i Mossi si unirono alla rivolta.
Il 18 Othman, Umar e un centinaio di uomini s'imbarcarono su due navi verso la Spagna. Eludendo le pattuglie di Gibilterra, il manipolo sbarcò indisturbato e a piccoli gruppi entrò la capitale.
Al momento la città era sguarnita: la minaccia a sud era molto forte e dato che la leva non avrebbe potuto rinforzare abbastanza velocemente le zone in pericolo, Yusuf aveva mandato quattro dei cinque reggimenti della Guardia a unirsi all'ex Guardia Askia e formare una prima linea di difesa.
Arrivati in città, i sostenitori di Othman si misero in contatto con ar-Raqib, il comandante della Guardia Civile, corpo urbano di vigilanza, che si adoperò per contrastare la probabile reazione della Guardia. Non fu possibile reperire il custode del palazzo.
Velocemente, il gruppo salì quindi all'Alhambra, irrompendo negli appartamenti, catturando Yusuf, Faraj e tutta la corte. Quello era il giorno in cui la maggior parte delle guardie di palazzo era in licenza. Tutto andava secondo i piani di Umar, con pure meno uomini da cui difendersi.
Preso in ostaggio, Yusuf fu obbligato a indire una seduta straordinaria del Consiglio per rivedere completamente la sua risoluzione. L'incontro fu fissato per la settimana dopo, tempo troppo breve per richiamare anche solo un reggimento di leva.
Il giorno successivo, ancora senza una reazione da parte dei lealisti, arrivò il capitano Zalat, che comandava la sezione della Guardia di palazzo, mettendosi a disposizione di Othman e facendo liberare i suoi uomini catturati. Nel pomeriggio ar-Raqib avvertì di non potersi opporre al quinto reggimento di al-Abbas, ritirando in suo supporto. I mille uomini in cremisi cinsero il palazzo, chiedendo di parlamentare ma senza esito. La mattina seguente un gruppo di loro s'inerpicò fino a raggiungere un passaggio ricavato nel muro a ridosso dell'harim, aprendo una porta secondaria. Il reggimento si riversò all'interno, confrontandosi con un quinto delle loro forze.
Qui il piano iniziò a mostrare qualche falla. Umar aveva predisposto dei passaggi obbligati che avrebbero permesso una facile difesa, ma nessuna di queste barricate era rivolta verso la nuova direzione degli attaccanti.
In procinto di essere circondate, le guardie meno convinte si arresero mentre il resto degli occupanti si ritirava dal palazzo. Tentarono di raggiungere la qasba, ma la trovarono già occupata e allora si ritirarono tra la decima e la dodicesima torre.
Mentre cercavano un passaggio, Yusuf riuscì a liberarsi e fuggire, venendo però colpito da un archibugio. Presto i soldati arrivarono e con dei barili di polvere irruppero nelle strutture. Sebbene impacciati dagli spazi angusti, gli uomini della Guardia ebbero ragione degli opppositori, senza dare quartiere. Una decina di uomini con Othman furono fatti calare dalle mura e fuggirono nel parco, ma furono ripresi e massacrati.
Dopo quegli eventi, il venticinquenne Faraj celebrò il funerale di Yusuf e mantenne la data del Consiglio: in quell'occasione, di fronte a centoventi nobili, salì al trono e dichiarò una jihad contro il Benin e i suoi alleati, chiedendo aiuto a Istanbul.

Reazione
Seguì l'esercito verso sud, sbarcando alla foce del Gambia e prendendone personalmente il comando, dopo che avevano sconfitto i Wolof e ridotti a uno stato di guerriglia.
Circa 30000 uomini dal Benin (che ne aveva mandati altri), Mossi, Mande e alcune bande di Fula avevano preso d'assedio Kumasi, città Ashanti rimasta fedele a Granada. Faraj poteva disporre di solo 7000 uomini più le milizie. Mentre si muoveva per provare a sconfiggere quella grande massa, gli fu annunciato che tutto il contingente del Benin si stava ritirando: Muhammad XVI di Bornu aveva approfittato della situazione per attaccare nuovamente da est e servivano rinforzi; il re così si potè confrontare contro un esercito di poco maggiore. Arrivò e grazie all'utilizzo dei corpi d'élite sconfisse gli avversari. Prima però di metterli in fuga, offrì di parlamentare ai re, invitandoli in città. Il colloquio portò all'amnistia per le popolazioni sconfitte e il ritiro dalla guerra.
Due mesi dopo l'esercito incontrò le poche guarnigioni del Benin, che era da poco riuscito a liberarsi del Bornu con un tributo. Vedendo che ci si aspettava un altro massacro, l'oba accettò l'offerta di Faraj di ulteriori perdite territoriali, senza modi per difenderle. Il confine fu portato al fiume Niger e l'impero venne dimezzato.